You are currently browsing the category archive for the 'Fjords' category.

La presenza di un vasto e, in massima parte, non navigato oceano ad occidente della Norvegia e delle isole britanniche era una continua sfida per i Vichinghi della Scandinavia, avidi di terra, avidi di ricchezza, avidi di fama. E fu una sfida che colsero non appena ebbero navi adatte alle sue acque. La forza che spinse i Norvegesi alla navigazione in Occidente, alla colonizzazione delle isole atlantiche minori e quindi dell’Islanda e della Groenlandia, al tentativo di insediarsi in America, era il bisogno di terra e di pascoli. È piuttosto naturale che l’Islanda, del cui suolo i Norvegesi tanto appassionatamente si appropriarono, finisse con l’essere l’unico durevole esperimento “puramente” coloniale dei Nordici di là dal mare, e appunto per questo è degna di particolare attenzione. Ma presupposto necessario alla sua scoperta ed alla colonizzazione, che risale all’860-70 circa, fu la scoperta delle Faer Øer. In entrambe queste terre i primi a sbarcare furono dei religiosi irlandesi, pellegrini che, “voltato il dorso all’Irlanda”, cercavano eremitaggi nelle acque del Nord. Nel Liber de mensura orbis terrae, scritto nell’825, il monaco irlandese Dicuil ha questo da dire sulle isole che circondano la Britannia:
“Vi sono molte altre isole nell’oceano a settentrione della Britannia, le quali possono essere raggiunte dal punto più settentrionale delle Isole Britanniche in due giorni e due notti di navigazione in linea retta a vele spiegate con un vento fresco che non cada mai. Un tal sant’uomo [presbyter religiosus] mi disse di essere giunto in una di queste terre, con una barchetta a due banchi, dopo due giornate d’estate e nella notte tra esse compresa. Alcune tra queste isole sono piccolissime; quasi tutte sono separate tra loro da stretti bracci di mare. Su queste isole sono vissuti, per un centinaio di anni, eremiti che salparono dalla nostra Scotia [Irlanda]. Però, così come furono sempre disabitate sin dal principio del mondo, anche adesso, a cagione dei pirati norvegesi, sono prive di anacoreti, ma piene di greggi innumerevoli e di moltissime specie di uccelli marini. Non ho mai trovato queste isole citate nei libri dei dotti”.

Tutti sono d’accordo sul fatto che qui Dicuil intende parlare delle Faer Øer, Faeryjar o Isole delle Pecore. Nel medesimo contesto nomina l’Islanda:
“Sono ormai passati trent’anni da quando certi preti [clerici], che vissero in quell’isola [cioè Thule] dal primo giorno di febbraio al primo di agosto, mi dissero che non soltanto al solstizio d’estate, ma anche nei giorni che lo precedono e lo seguono è come se il sole, all’ora del vespro, si celasse dietro una collinetta, per cui, in questo brevissimo periodo, non scende la tenebra, ma qualunque cosa voglia un uomo fare, fosse anche spidocchiarsi la camicia, può farla come in pieno giorno. E se si fossero trovati su un’alta montagna il sole non si sarebbe mai nascosto nei loro sguardi…
Sono in errore coloro che hanno scritto che il mare intorno all’isola è ghiacciato e che vi è giorno continuo senza notte dall’equinozio primaverile a quello autunnale e, viceversa, notte perpetua dall’equinozio autunnale a quello primaverile; infatti quelli che sono giunti nell’isola al tempo dei grandi freddi e vi sono rimasti, hanno avuto sempre un’alternanza di notte e di giorno tranne che al momento del solstizio.
Però dopo un giorno di vela verso nord trovarono il mare gelato
[a cura di Walkenaer, Paris, 1807, pagg. 27-30]“.

Da questo parrebbe che i preti irlandesi avessero raggiunto le Faer Øer dopo l’anno 700 e vi rimanessero indisturbati finché non arrivarono i primi Normanni, dopo un centinaio di anni, privandoli dei loro possedimenti.  Non sappiamo praticamente nulla su questi Uomini del Nord se non che il più importante tra loro era Grim Kamban che, contrariamente alla testimonianza della Faereyinga Saga, probabilmente venne passando dall’Irlanda o dalle Ebridi e non direttamente dalla Norvegia, e che, forse, era cristiano. Si dice, però, che dopo la sua morte, i coloni suoi compagni lo adorarono offrendogli sacrifici.
Probabilmente l’economia dell’isola era anch’essa basata sugli ovini, che potevano pascolare sui piani che separano le ripide colline, sull’uccellagione con pertiche e reti lungo le rupi scoscese, sulla pesca e la caccia alla balena (spingere a riva e ammazzare la balenottera o catturare le balene nei bassifondi, di color sanguigno, di Midvagur o di altre spiagge in agosto non doveva, mille anni fa, apparire molto diverso da come appare oggi), sui modesti profitti del commercio e della pirateria vichinga.  I profondi fiordi che penetrano nelle isole, i canali di marea e le correnti che le separano, le nebbie e le caligini, le tempeste di pioggia che le flagellano in ogni stagione dell’anno, il loro isolamento (200 miglia dalle Shetland e 240 dall’Islanda) non avevano scemato la loro attrattiva per solitari religiosi e per piccole comunità e, a suo tempo, non distolsero i Nordici dallo stabilire un Thing a Thorshavn e dal conservare ovunque il loro tenore di vita, compreso il lusso rappresentato dalla faida familiare.

Furono voci captate in Irlanda, nelle Isole Occidentali – Orcadi e Shetland – a guidare i Normanni alle Faer Øer. Dopo che, nell’anno 709, i monaci irlandesi ebbero raggiunto l’Islanda, la notizia della scoperta dovette diffondersi rapidamente. E nessuno più dei Normanni era pronto a prestarvi orecchio, dei Normanni la cui mente sognava una patria per la famiglia, pascoli per le greggi, porti per le navi e tutte quelle prospettive di bottino o di profitto che ne potevano derivare.
Per gli uomini delle Faer Øer l’Islanda era a portata di mano ed è sorprendente che i primi viaggi di esplorazione ritardassero fino all’860 circa. Probabilmente a tanto contribuì l’improvvisa esplosione dell’attività vichinga nell’Europa occidentale dopo l’830. Forse vi erano stati, in precedenza, dei viaggi non ricordati o non coronati da successo.

Tre nomi si ricollegano ai primi viaggi in Islanda di cui si abbia notizia ed è degno di nota il fatto che l’Islendingabók, o Libro degli Islandesi (circa 1125) di Ari Thorgilsson, uomo di tutto rispetto, non ne ricordi neppure uno.
Due di questi pionieri, a quanto pare, presero terra in Islanda a cagione di accidenti meteorologici, mentre il terzo vi giunse con l’ausilio di tre corvi consacrati (si deve, però, ammettere che l’utilizzazione degli uccelli come aiuti per la navigazione era un espediente più antico dei Vichinghi). Due ebbero la sfortuna della rottura di una fune da rimorchio con conseguente perdita della scialuppa con due o più uomini dell’equipaggio a bordo, tutti, però, felicemente recuperati più tardi. Due di essi scalarono una montagna (azione ragionevole da parte di un nuovo venuto) e rimasero delusi da quel che videro. Tutti e tre diedero un nome all’isola.
Tre navigatori, tre viaggi, tre nomi: con questi ammonimenti contro un eccesso di credulità, che si risuonano nelle orecchie, possiamo avventurarci a salpare nella loro scia.

I nominati sono: Gardar Svavarsson lo Svedese, Naddod il Vichingo e Floki Vilgerdason del Rogaland, entrambi norvegesi. La recensione di Sturla Thordarson del Landnámabók, Libro degli Insediamenti, attribuisce il merito della scoperta a Naddod, ma testimonianze più numerose lo darebbero a Gardar ed è probabile che sia questa la verità.
Per ordine della madre, una profetessa (Sturlubók), o per sostenere la sua pretesa all’eredità paterna della moglie nelle Ebridi (Hauksbók), egli salpò dalla sua dimora scandinava, fu portato fuori rotta e, con l’aiuto della tempesta e della buona sorte, toccò l’Islanda a est del Capo Horn Orientale. Di qui prese a costeggiare la terra, svernò a Husavik nello Skjalfandi (il Golfo che Trema) e, l’estate successiva, scoperse, ovvero, alla luce delle notizie di origine irlandese, confermò che si trattava di un’isola, per cui la denominò, opportunamente, Gardarsholm, dal suo stesso nome e, al ritorno, la lodò altamente.
Leggiamo, a proposito di Naddod, che era víkingr mikill. Vichingo famoso, che sembra avesse reso la Norvegia ed altri insediamenti nordici troppo scottanti per continuare ad ospitarlo. La sua conoscenza con l’Islanda fu del tutto accidentale. La tempesta lo spinse nel Reydarfjord, una delle insenature orientali, e da qui egli ascese il Reydafjall nella speranza di scorgere un fumo o altri segni di abitazioni umane. Mentre egli e l’equipaggio si stavano allontanando per mare, una grave tormenta avvolse la montagna, per cui essi, giustamente, diedero a quella terra il nome di Snaeland, Terra delle Nevi, e anch’essi, una volta ritornati a casa nelle Faer Øer, la lodarono altamente.

Floki Vilgerdason era anch’egli víkingr mikill e fece vela per Gardarsholm-Snaeland come se volesse insediarvisi. Prese con sé del bestiame, offerse un sacrificio e consacrò tre corvi ché gli mostrassero la via, “giacché in quei giorni i viaggiatori del Nord non avevano l’ago magnetico”. Cominciò col navigare fino alle Shetland, dove perse una figlia per annegamento, indi fino alle Faer Øer, dove ne perse un’altra per matrimonio. Poi fece vela fino all’Islanda con i suoi tre corvi. In qualche modo ne perse uno che tornò in volo alla terra che aveva lasciato. Poi perse il secondo che si levò in volo, scrutò l’orizzonte vuoto e prudentemente tornò sulla nave. Giunsero all’Horn da oriente e seguirono la scia di Gardar lungo la costa meridionale fino alla riva settentrionale del Breidafjord, al Vatnsfjord sul Bardarstrand. Qui trascorsero il tempo pescando e cacciando foche senza darsi pensiero dell’inverno che doveva sopraggiungere. Ma questo arrivò, freddo e nevoso, tanto che il bestiame perì per mancanza di foraggio. Anche la primavera fu fredda, molto fredda, e Floki, quando si arrampicò su una montagna per vedere che cosa gli si prospettasse, il suo occhio scoraggiato scorse uno dei rami meridionali dell’Arnarfjord irto di ghiacci. Fu così che diede all’isola un terzo nome, Island, Islanda [Terra del Ghiaccio], che porta da allora.
La sua delusione fu aggravata dal fatto che ritardò nello spiegare le vele per il ritorno. Non riuscì a superare il promontorio di Reykjanes al soffio dei venti di sudovest e fu costretto ad invertire la rotta e dirigersi verso di esso e passò l’inverno nel Borgarfjord. Il suo commensale Herjolf fece, con la scialuppa, che avevano in comune, una traversata del Faxafloi, che dovette essere una cosa da far rizzare i capelli, però sopravvisse per raccontarla. Ritornato in Norvegia, Floki non poteva che dir male dell’Islanda; Herjolf, di cui non possiamo non apprezzare l’imparzialità, date le circostanze, parlò bene di alcune cose e male di altre; invece un terzo uomo, Thorolf, imperterrito nonostante il ghiaccio e la mancanza di foraggio, parlò del burro che stillava da ogni filo di erba islandese e, a causa di questa testimonianza a favore della benignità di quella terra, fu soprannominato, per gratitudine e per scherno, Thorolf Burro.

In alcuni luoghi del mondo la forza della creazione è stata più generosa.
Un esempio può essere la Costa Norvegese, rotta dell’Hurtigruten, “Il viaggio più bello del mondo” come viene orgogliosamente definito dalle compagnie di navigazione che gestiscono il Postale dei Fiordi. Un itinerario in cui raramente gli occhi possono riposarsi, perché le impressioni si susseguono senza fine.

La nave effettua 35 scali, sfiora migliaia di isole ed è accompagnata da una natura che non potrete trovare in nessun’altra parte del mondo.
“Il viaggio più bello del mondo” inizia a Bergen, 365 giorni all’anno. E non è soltanto il viaggio a regalarvi nuove sensazioni.

Anche le navi dell’Hurtigruten appartengono ad una categoria a sé, un attraente mix di lussuose navi da crociera e normali imbarcazioni che trasportano abitanti del luogo e merci da uno scalo all’altro. La flotta comprende 12 navi, la maggioranza delle quali costruite negli ultimi anni.

Dalla vostra comoda sedia a sdraio sul ponte oppure seduti nel salone potrete ammirare una vista mozzafiato sulla natura norvegese, così varia e fantastica. Lunghe giornate ricche di impressioni. Lauti pasti. Interessanti escursioni sulla terraferma. Nuove conoscenze e nuove amicizie! Sono le giornate che sognate da sempre, saranno i ricordi che vi accompagneranno per tutta la vita. <!– –>